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qualche volta sogno di camminare scalza
su un pavimento di fiorellini di campo
calpesto petali bianchi,
amaranto,
blu cobalto,
ho molte infelicità da nascondere,
mi dico;
qualche volta di notte conservo gli occhi aperti
dal giorno prima,

continuo a fare lo stesso pensiero.

mi piace la piccola stanza del giovedì,
ha la misura del mio nome,
appena due sillabe,
non ti dirò mai l’esatta pronuncia,
funziona come a inanellare
quattro mutine,
nel silenzio di una consecuzione,
mi manca la parola nido,
e poi un’altra, un’altra,
composta, rimani seduta composta
mi ripeto;

il verbo accomodarsi.

dispiego la fronte, le labbra,
non nascondo la lingua,
a sentirmi diversa, a sentirmi in divisa,
a sentirmi accaduta, a sentirmi caduta,
a sentirmi nessuna, a sentirmi una,
poi altro, ciascun volto,
e ancora una volta nessuna.

quando sorridi e stai zitta sei bellissima,
è questo il tuo segreto preferito
e io lo mantengo intatto,
come, quando e dove capita;
assecondo nell’aria le mie involuzioni,
sospendo i saluti con generose attenzioni.

il signore delle chiavi ha detto
che ci sono chiavi
che a perderle per la via
non esistono copie,
che a spezzarle dentro la toppa,
non esistono toppe;
ha detto così e non so se credergli,
ma,
con corde vocali zoppe
sono rimasta zitta, bellissima.

ti scrivo per qualunque ragione,
ti scrivo senza averne nessuna,
non ti ho più chiesto perdono,
è per questo che finirò l’inchiostro?

°°°

 

Basterà stringere i denti,
restituire gli avanzi e coprirci le spalle
con cure marginali,
di protezioni e di argini
sono i nostri giorni vincenti.

Basterà ripetere i gesti,
bruciare le spezie e cospargerci il capo,
con ceneri abituali,
di granelli e di rituali
sono i nostri lenti rattoppi.

Basterà tenere il fiato dei vivi
sotto il cuscino,
e parlare coi morti in sogno
come se non fosse nient’altro
che un distratto bisogno.

E in un finale piccino,
non basterà quanto mi sei vicino,
non servirà che continui a tenermi la mano,
anche quando vai via,
se le tue mani sono solo un arcano
a cui non fare la spia.

 

 

***

sovrappongo le ere geologiche
tra le mie ciglia
e l’incerta fisica
delle tue mani imbrigliate,
contenute,
dimenticate

dentro un qualunque puntiglio.

eppure, accolte
sono le stanze disordinate,
di un novembre
già stanco di aspettarsi in ottobre.
piccoli macigni
compongono gli occhi,
ma per altre viste
sono poco più che abbozzi,
disegni.

il verso: l’ho perso,
e segno il tuo nome
per la cena delle otto
in lettera minuscola.

roba di umidità

Il giorno in cui incontrai per la prima volta Annina, l’asfalto era umido.
Pensai che fossero i resti di un temporale estivo, mi sembrò persino un contesto poetico, la pioggia a scorrere sui piccoli solchi del terreno, poco prima vuoti, aridi, oltremodo induriti.
Poi, inciampare e sporcare gli angoli di stoffa buona, una perfetta simmetria tra le insidie urbane e quelle emozionali. Un lampione illuminava svogliatamente i lineamenti del mio viso, in particolar modo il naso, per via delle sue notevoli e spigolose dimensioni.
Mi assalì il sospetto che le mie mani cercassero nelle tasche solo un rifugio per disinnescare i pensieri e non, invece, qualcosa di preciso e necessario; così, estrarre del tabacco ormai secco, qualche moneta o persino un coniglietto bianco non avrebbe fatto alcuna differenza.
Mi incamminai verso la locanda più vicina, Annina era sul lato opposto della strada. La raggiunsi e mi fermai proprio di fronte a lei. Bofonchiai, a voce bassa, svogliati, e per questo inconcludenti, convenevoli. Infine, incautamente, aggiunsi: “aspettiamo la pioggia a benedire l’asfalto, e poi dopo l’asfalto umido quale sollievo per le suola logore e la fatica altrettanto sfilacciata”.
“E’ solo lunedì, un giorno oltremodo qualunque per un pensiero così struggente”, rispose.
Accennò un timido sorriso e vidi le sue spalle allontanarsi dalla parte opposta della mia vita. Io, invece, portai il mio peso su di uno sgabello della locanda che poco prima avevo memorizzato.
Ripensai alla sua frase, mentre alternavo pavide e impercettibili apnee a ingordi sorsi di un dozzinale brandy.
Immaginai che ogni sua sillaba avesse un altro e diverso sottotesto, e per qualche minuto mi convinsi che le mie orecchie lo avessero ascoltato per davvero.
Recitavo con cura, come fossero preghiere della sera, le mie parole incastrate nel suono nella sua voce: “Signore, aspettiamo la pioggia come se fosse un rituale di  urgenza, come se potesse scioglierci di dosso ogni senso e ogni colpa; per questo, e talvolta per molto meno, ci sentiamo incomprensibilmente soli. Costringiamo gli occhi a osservare e concentrare ogni sforzo sul settimo satellite di un pianeta inesplorato, innominato, e biasimiamo qualunque altro sguardo – che giudichiamo volgare e ottuso – che bada al fastidio di un sassolino dentro la scarpa, che spinge e preme. Eppure, sottovalutiamo la potenza di un sassolino, che è quasi un indizio, un piccolo richiamo contro il vetro di una finestra, è un volume di poco conto, è qui, ora, ma a lanciarlo arriverebbe a sfiorare le nuvole, le idrometeore e non per questo smetterebbe di essere nient’altro che un sassolino, esigendo la vana gloria di un’incisione o l’importanza di un nome diverso, altisonante: continuerebbe a portare un nome comune di cosa, come il mio, come il suo. Mi piacerebbe raccontarle della bellezza di un bottone”.
L’avrei certamente amata per tutto il tempo in cui la sua voce sarebbe stata, per me solo, voce. E oltre.
Iniziai a contare le vocali contenute nella parola composta cupocielo e ordinai un altro bicchiere di brandy.

Il volume delle cose a forma di assenza.

roba di tempo

tienimi con te,

dentro un’asola,

nel taschino – sono fazzoletto bianco –

cado sulla guancia

sono una goccia svogliata,

ma tu tienimi,

come il gioco dei desideri

a chi sul polpastrello si piglia la sua ciglia.

tienimi con te di giorno e nella notte del giorno prima,

nelle ore del caffè e poi nel fondo di una tazzina:

lì sarò presagio,

e tu tienimi con te

spuntata, incerta, indesiderata.

oppure, non tenermi,

ma portami lontano,

oltre le case in lontananza,

gli amici partiti e mai più tornati

come i gatti fuggiti sopra i tetti.

oltre le preghiere addosso ai santi,

i petali sotto i piedi di una sposa,

ancora coriandoli incastrati sui capelli.

ho raccolto il vapore sopra i vetri

e tu portami lontano,

oltre il rumore di ogni formula segreta,

di un cassetto chiuso a chiave,

di un gomitolo che cade e perde il filo.

ho contato i centimetri in lunghezza,

le pieghette nascoste sulle linee orizzontali,

ma tu portami lontano,

oltre il tempo,

questo tempo dove non c’è più tempo:

vicino, portami lontano.

ròba di forse.

Cara Lina,

in questi giorni ho un pò perso l’appetito e alla sera mi sorprendono fastidiosi colpetti di tosse, provo a bere dell’acqua, a berne ancora, ma non trovo il minimo sollievo.

Mi devi perdonare, Lina. Non sapevo con quale pensiero cominciare questa lettera, sono trascorse almeno due ere geologiche dalla mia ultima, quel gruppo musicale che ti piaceva tanto pubblicherà a breve un nuovo album ed erano anni che non succedeva, così, quando ieri ho letto questa notizia, l’ho accolta come fosse un presagio.

Eppure, non riesco a nascondere l’imbarazzo a incollarmi le dita, è come se le parole fossero arrugginite o l’olio per lasciarle scivolare verso di te, e così consegnarti il rischio di perderle, esaurito e fuori è come se ci fosse una emergenza post disastro nucleare: nessuna bottega sopravvissuta, non una, nel quale reperirlo.

Forse neppure noi siamo sopravvissuti al disgelo, almeno non con la stessa carne, gli occhi per guardarci, i ginocchi per avvicinarci, di nuovo.
Forse non siamo altro che una parentesi di poco conto, una coda di primavera quando dentro i rispettivi armadi le nostre armature, consumate e appesantite, sono già state con ordine e premura riaccomodate.

Ti sei mai chiesta, Lina, perché non esista della parola forse un verbo? Secondo te sarebbe la voce del verbo forsare, o forsere? Mi piacerebbe avere una tua opinione, chissà che tu non abbia imparato a sfogliare il vocabolario con maggiore attenzione e costanza dei miei polsi. E pazienza, Lina; tu ne hai sempre posseduta in misura maggiore, non ti ho mai ringraziata abbastanza per questo, anche se ho, più volte, sperato fosse di smisurata forma. Ti chiederei, nel caso, di non suggerirmi sinonimi conosciuti del nostro inesistente verbo; siamo fin troppo bravi a chiamarci ogni volta con nomi differenti, l’uno simile all’altro, a mostrarci preparati ad aggiornare la lista, senza mai provare per questo fatica, o sconforto. O il bisogno, per una volta soltanto, di incatenarci al collo un ciondolo portaverità, e imparare, cosí, la data esatta per dirsi addio.

Non so cosa chiederti, Lina, di te. Non sono capace neppure di parlarti di me come se accadessi, ora, davanti ai tuoi occhi.
Non c’è nulla che io possa aggiungere per sorprenderti; eppure ci sono alcune parole di questo nulla che, tacendoti, continueranno per sempre a lasciarti nella umana incertezza che non ci sia mai stato nient’altro per cui valesse la pena scriverci. Ancora.
Siamo nello stesso pezzetto di terra, a dividerci il raccolto, equamente, a investire la notte nella costruzione di solchi profondi per delimitare i confini che sentiamo di aver conquistato l’uno dall’altra. Custodiamo, gelosamente, semi di distanza e ci chiudiamo nella pochezza di un pugno di mano.

Forse dovrei darmi da bere ancora più acqua.
Da una parte,
tu dall’altra.

 

 

ròba di tornare.

Così le immagini, timidamente, come bolle di sapone cangianti e fragilissime, le sfioravano la pelle; non avrebbe saputo dire se a esplodere per il contatto sarebbe stata una pellicola di sapone e acqua o l’epidermide stessa.
Pensò alle volte in cui suo nonno, con appena tre sillabe, le aveva insegnato l’arte di prendersi cura di uno sguardo, incupito e distante, al solo incrociarlo, mugugnando un tenero e sgrammaticato “sta bene”.
A mancare di più della mancanza è il coraggio a darle una voce, e, talvolta, pure un gesto che possa racchiuderla e custodirla; si limita la sua esistenza, e permanenza, alla distratta pronuncia di un nome, un ricordo raccontato per metà, frettolosamente, impersonalmente.
Non sapeva se questo indugiare celasse l’urgenza di segretare il loro legame, e così preservarlo dall’uso quotidiano; oppure nient’altro che un indecente bisogno di opposizione al dolore, non fermarlo, mai, neppure per un secondo, o un minuto, dentro una intera giornata, o in un posto, in piedi, nella vita. Non rispose a questa domanda, non era importante farlo, in fondo.
Chiuse gli occhi e pensò, invece, che qualunque reazione sarebbe stata in ogni caso insufficiente, inadeguata, troppo minuscola per contenere la grandezza di un amore, e di un uomo, ma che pure tante ipotesi imperfette di nostalgia, e di voce udita dietro le spalle dei chilometri ineluttabilmente andati, erano il suo modo e, per questo, in un certo senso, il loro inconfessato ciao d’addio.
“Sta bene”, ripetè a voce bassa.