ròba di gelo.
Pubblicato: aprile 13, 2012 Filed under: di màni e màni(e), di vuòti e tagli 3 Commenti »Mogwai – Summer
come quando risalire per una strana forma di effetto domino al contrario, o forse è solo inedia.
la linea non è più raggiungibile: è così che divento la peggior azionista della mia compagnia telefonica.
il cièlo è color gelo. oggi, pure.
ròba di olvidar.
Pubblicato: marzo 29, 2012 Filed under: le còse non sono le còse 7 Commenti »marchar
quitarse
salir
greet death – explosions in the sky
que tengo un buen viaje.
ròba di non si può.
Pubblicato: marzo 27, 2012 Filed under: di vuòti e tagli 4 Commenti »vorrei potermi conficcare un palo tra le vertebre. per stare più dritta? è una lettura come un’altra, solo al rovescio, credo. sono al contrario, la verità. due giorni di stillicidio sono sufficienti per scegliere la clandestinità. o un buco nero come un altro, solo più nero, credo. irreversibile.
è pieno di formiche volanti il cielo, a nuvole dense.
nessuno ti racconterà più dei giapponesi dentro gli alveari, o delle api che costruiscono grattacieli da abitare, dentro a forma di monolocali che per starci tutte intere le api volano in verticale, sulle punte. e se fossi stata un elefante sarebbe stato il mio compleanno quel giorno, anche se era un pensiero nato da un equivoco, ma tu per festeggiarmi hai solo scambiato l’elefante con il delfino.
e poi hai deciso di barattarmi con della gomma cancellabile che hai passato sulle parole che non hanno peso, che fluttuano in alto senza gravità e io non riesco a riportarle giù e trattenerle, non sono vere, non esistono più, sono in alto, troppo in alto. il filo d’erba stretto attorno all’anulare, il nostro anello, che ora è secco-residuo dentro la raccolta differenziata.
ti scrivo per dimenticarmi di che colore hai gli occhi, sono color marrone legno marcio, sento pulsarmi l’occhio sinistro mentre so benissimo che sanguino. spergiura amore di ogni idrometeora di ogni riga di ogni foglia di ogni vita, questa è solo una, di ogni aghetto puntato contro, di ogni ferita suturata di ogni silenzio e dentro un granello di rancore, uno alla volta, di ogni umore mischiato di ogni quiete e quale che sia la forma che vuoi per te a chiunque altro che non sia una rotoballa.
rincòrro la fine.
ròba di maiònese.
Pubblicato: marzo 21, 2012 Filed under: di annìversari e unìversi, di vuòti e tagli 5 Commenti »Kavafis, ti ho scritto per ogni tuo silenzio, da ogni parte di terra che ho calpestato in direzione di ogni idrometeora e persino oltre era il tuo indirizzo, su corpi planetari o satelliti senza un nome da pronunciare a voce alta, senza un punto, col dito, da indicare, né un indizio da cui partire.
oggi, per la prima volta, e’ di quanto manchi che vorrei parlarti e di quanto io sappia scriverti solo da cieca, con una benda al posto del cuore e qualche briciola di pane sul tavolo con cui carezzarmi il palmo della mano sinistra. Con la destra, prima di impugnare la mia penna blu, ho estratto a sorte dal taschino il nome di un santo perché le mie preghiere arrivino a te con la sua intercessione e mi è sembrato un gesto onesto e rispettoso quello di non sceglier il nostro santo preferito.
Cosi’, Kavafis, è come se avessi gli occhi chiusi, ricordo di te e i ricordi danzano. A volte si ingarbugliano, confondono i passi e persino i tempi; mi capita spesso di interromperli perche’ mi sembrano solo dei ballerini dilettanti con indecenti e arroganti velleita’. Dopo i miei rimproveri, disciplinati e pazienti, ricominciano, indossano un tutu’ azzurrocielo e sono minuti, sulle punte leggiadri e morbidi, come zucchero filato, sono eleganti, Kavafis, e tracciano sul pavimento le linee del tuo viso.
Nella minuscola stanza in cui i ricordi danzano c’e’ sempre uno specchio e riflessa vedo una bambina anch’essa col tutu’ azzurrocielo e uno scaldacuore blu oltreoceano, avra’ forse otto anni: sorride. In un corpicino cosi’ esile mi pare che il cielo e il mare si incontrino in un patto d’amore eterno a unirli. Kavafis, non ho mai fatto parola con nessuno dei fantasmi che dividevamo, pero’ avrei voluto che non mi lasciassi da sola ad accomodarli, e mai sono stata capace di diventare anch’ io un fantasma, come hai fatto tu: e’ per questo che non mi hai mai scritto? Kavafis, per ogni lacrima che ho trattenuto altre mi hanno data acqua dall’interno; e’ cosi’ che potrei riempire un lago, o coltivare campi di riso, e potremmo costruirci persino una diga dentro i giorni passati a pensarti, ad addomesticare l’aridita.Tu, però, sei sempre cosi’ lontano, come se ogni ora di ogni singolo giorno fosse una nuova distanza siderale, un punto a me caro, eppure impercettibile, che scompare, lasciando il posto ad altri che compaiono dal nulla sopra la mia testa, senza ragioni a tenerli sospesi e ben visibili, cosi’ estranei che bruciano gli occhi e pungono i muscoli, tutti, nessuno escluso. Kavafis, per le mie mani cambi indirizzo di continuo, ma aspetti quello successivo per comunicarmi il precedente, e cosi’ all’infinito. Ti scrivo che sarai indietro di compleanni senza candeline sulle righe precedenti, lasci che le mie mani si usurano, forse ne provi piacere, e non posso non chiedermi quali siano le tue intenzioni, ora che dove sarai c’e’ meno spazio che qui per sederci tutti assieme a tavola, come fosse natale, e io conto le sedie vuote e tu quelle occupate; le tue addizioni sono interminabili, le mie invece spietate sottrazioni, ma mai, mai Kavafis che tu mi abbia risposto su come si divida il dolore per due rimanendo interi, e mi hai lasciata da sola a sciogliere i nodi, stretti, attorno alle mani. Nella mia matematica, Kavafis, ci sono sempre le stesse combinazioni di numeri, il giorno del tuo anniversario e quello in cui ho bruciato il calendario, quanto costa la maionese in lire e quanto la pagheresti, oggi, in euro.
Kavafis, io ti tengo sempre, e più di sempre. Mi manchi come manca la poesia nelle mie parole, come la profondita’ al mio sguardo, come le bollicine nell’acqua che un tempo era frizzante, come le misure per indossarmi ancora, sul petto, lo scaldacuore che congiunge l’azzurro con il blu oltreoceano, come la forza per venire a cercarti nell’ unico posto in cui sei.
ròba di squàrci.
Pubblicato: marzo 19, 2012 Filed under: di vuòti e tagli, mà tu 2 Commenti »io si che sono andato per i mari occidentali.
puoi capirlo da come parlo / quando parlo.
ed ho naufragato nel deserto / perciò vivo come vivo
e ti guardo in questo modo quando mi parli dell’Olanda o di Berlino.
vedi come annuisco alle tue certezze cieche
appoggiato come sono contro un muro che crollerà tra un anno.
che crollerà tra poco.
dici d’amarmi così amo il tuo mentire.
per odiarmi prendi tutto il tempo che ti è dato
avrò altro da fare / tipo resistere. morire. darti atto.
io sì che ho ciondolato per le Americhe
che ho conosciuto il Quinto Continente
così ti percepisci che alla fine vinci sempre.
e visto che ci siamo e se ci tieni
fammi sapere che valore dai alle tue parole.
entrambi fingeremo d’ignorare chi è dei due
che s’è ferito per quattro vetri di bicchiere
proiettili di luce nella mente e tu
che mi torturi il sonno camminandomi di sopra.
seguo i passi metodici sul pavimento dove vivi
/ dunque questo soffitto che altri dice cielo /.
invecchierai rallentando il passo. invecchierai tossendo
cigolando – senza scampo. allora perderemo
il firmamento artificiale per inabissarci dentro al Male
non contare le battaglie pensando alle rovine.
so che sei solo e mi dispiace / però la mutevolezza
dei fronti ti garantisce la guerra necessaria.
trema. non tremare. hai per arma la loro debolezza
che si tradisce in quanto s’asserraglia
Gilberto Centi.
ròba di qualcòsa
Pubblicato: marzo 11, 2012 Filed under: di còsa parliamo quando parliamo di, di màni e màni(e), mà tu 6 Commenti »Ascoltavo una ròba che mi ricorda cose che si e cose che no. E’ da giorni che vorrei scrivere, ma le parole sono dentro gli scatoloni del trasloco, chiuse con del nastro adesivo, strette forte le une alle altre come se solo così, solo in questo modo, fossero un incastro perfetto. Allora ho pensato che forse le lascio dentro ancora un pò. Forse un bel pò. All’esterno le parole è come se ci avessero tediosi dolori muscolari e a fatica salgono prima un gradino e poi un altro, ed è una scala che sembra a chiocciola quella che collega il quinto piano dal sesto.
Intanto questa qui.
marzo*, pomeriggio.
ci sono quelli che quando cadono si guardano attorno per vedere se qualcuno se n’è accorto – allora fanno finta di raccogliere fiori di campo – sull’asfalto.
Gilberto Centi
ròba di dormi (s)vèglia.
Pubblicato: febbraio 21, 2012 Filed under: di annìversari e unìversi, di vuòti e tagli, ricòrrere, si chiama amòre, questo post(o) 11 Commenti »La stanza era illuminata di una luce fioca, a intermittenza, poteva essere una lucciola spaiata nel mezzo di un sentiero fitto di cipressi e abeti; così, ho chiuso in fessure strettissime i miei occhi tanto da mimetizzarmi col nero pece delle ombre, esili e lunghe, dei fantasmi che corrodono le guarnizioni attorno ai miei dotti lacrimali. Il dottore mi aveva rimproverata e si era raccomandato di mangiare il cibo, masticandolo con cura e lentezza, persino i funghi. Accanto a me, nella stanza, c’era un clown con una scarpa sola e il naso di plastica, rosso: sospirava di lamenti e di tagli. Gli ho rivolto un timido cenno del capo e poi, senza tradire imbarazzo, gli ho domandato se esiste un sorriso materno universale. Mi ha risposto che non ha mai conosciuto sua madre. Sarebbe stato difficile immaginarci più simili di così: mai più, nella vita, come in quel momento, in quella stanza, mi sarei sentita un clown. Ho provato ad abbracciarlo, si e’ ritratto pero’ ed e’ corso via verso l’uscio. O così mi pare di aver creduto quando, riaperti gli occhi, al mio fianco ho visto solo una sedia vuota, di paglia. Era piuttosto malconcia ed e’ per questo che sono rimasta in piedi anche se sentivo le gambe pesanti spingermi verso il pavimento con una forza esagitata, quasi a inchiodarmi. Poi, d’un tratto, e’ apparsa C., sembrava affaticata. Anche per lei avevo pronta una domanda, così le ho chiesto se ci fosse qualcosa a mancarle. L’odore delle rose in maggio, mi ha risposto. Neppure lei mi ha permesso di abbracciarla. Forse i morti, da morti, non possono stringere né essere stretti, legati, trattenuti in qualche modo, o in uno soltanto, su questa terra. Ho, infine, circumnavigato la tua testa, piangendo per la commozione di sfiorarne ogni millimetro. Finche’ morte non ci separi, Kavafis, cuciro’ sulla mia pelle come un vestito nuziale la tua assenza e la mia penitenza.
Del sogno, ogni mattina, non ricordo nient’altro che questi pochi frammenti confusi, ma da sveglia mai che io abbia qualcosa da domandare a qualcuno.
ròba di mùsica (atto secondo)
Pubblicato: febbraio 15, 2012 Filed under: di còsa parliamo quando parliamo di, le còse non sono le còse, ricòrrere 5 Commenti »vi metto un linquo (che poi ci è anche immèzzo ai linqui miei).
Sempre il solito discorso - che anche qui rimando a quando ne avrò voglia – che è sempre musica che potete scaricare aggratis; intanto il live che hanno fatto al Fanfulla, e ascoltare i pezzi che ha caricato Babàlot proprio lui, credo. Non lo so, io non c’ero. Ma credo di si.
A me garba/no davvero tanto e pensare che una frase di una sua/loro canzone è finita nella mia tesi di laurea vabeh discorsi.
Sul sito poi di aiuola vi potete scaricare pure i dischi di/dei Babàlot; approfitto per dire che la foto di Babàlot sul sito di aiuola è datata, ma vado a impressione.
Babàlot, per l’appunto, è singolo (non nel senso di status che in quel caso è babbo e spòso e si dice non dica parolacce), oppure plurale quando a suonare diventano i Babàlot; non sono brava a recensire la musica però se ci mettete su gùgol Babàlot (anche senza a accentata) allora forse qualcuno che è capace qualcosa l’ha scritta.
In verità scrivo questo post-it perchè sono infima e spero che Babàlot mi ci pigli nei Babàlot – e quindi divento una babalotta – come co-autrice dei testi (o co-co-co-autrice minore) e perchè il babalot di nome Frank è bellino.
Nel frattempo, mi sono comprata una chitarra acustica. Nera.
A voi, l’ascolto.
ròba di fìne
Pubblicato: febbraio 6, 2012 Filed under: di màni e màni(e) 13 Commenti »“Il padre sa qualcosa della vita. Infatti il padre nasconde la propria coscienza sporca nelle piante più stupide e le taglia. Un attimo prima la bambina ha desiderato che le piante più stupide volassero via dalla zappa e sopravvivessero all’estate. Ma non possono volare, perché solo in autunno ricevono piume bianche. Solo allora imparano a volare. [...]. Le piante più stupide erano i cardi da latte”.
H.M.
Mentre tre sillabe mi sono cadute dal petto, tu hai deciso di non alzarti più dal letto. Una donna ha indossato due rughe sul viso e una sul dorso di ciascuna mano, si è sentita improvvisamente stanca; poi, con voce rotta, rivolgendosi alla parete bianca ha detto: “non è vero che dai cardi nascono le coccinelle, o dalle coccinelle adagiate morte sulla terra, i cardi”.
Non ha detto nient’altro per il resto degli anni.
tre, due, uno: non ci sei più.
Virginiana Miller – Altrove (Salva con nome)
(ho pensato a un’altra canzone, ma praticamente non esiste anche se qualcuno, oltre me, la conosce)
ròba di trincea.
Pubblicato: gennaio 31, 2012 Filed under: le còse non sono le còse 11 Commenti »Mia amata, ho solo pochi minuti con me, anche questo e’ un giorno consegnato alle notti che seguiranno; ci prepariamo a combattere stesi sul campo di grano, a sfinirlo e maledirci per quando avremo fame e non potremo raccoglierlo. I nostri soldati sono stati decimati e quelli che restano sono dissanguati e mutilati, solo i più audaci semplicemente consumati fin sotto le ossa; eppure io conservo una piccola lucciola dentro la mano destra stretta a pugno, ti scrivo con la sinistra chiedendoti scusa per la grafia nervosa e disordinata.
Mia amata, il pensiero di te mi tiene in vita, mi alimenta e consola; ti scrivo dal mio centimetro quadro di trincea perche’ le parole arrivino dritte al tepore del camino, come fossero una pentola adagiata ai margini del fuoco che arde per scaldare la minestra avanzata dal giorno prima. Ogni cosa che respiro assieme alla terra, in questi momenti, e’ un tassello che ne reca altri e mi pare che infilando la penna nell’asola all’altezza del mio polso si perfezioni, infine, un incastro della natura: a te lo consegno affinche’ possa ricalcarlo quando il peso della mia condizione ti sembrera’ insopportabile e i tuoi passi verso me solo un inganno.
Mia amata, i giorni che mi dici esser per te interminabili mi raccontano di trincee scavate come solchi sul viso, man mano più profonde, eppure sicure e confortevoli cosi’ da tenere al riparo i nostri soldati: mai vorrei fossero colpiti di nuovo. Alcuni, sono talmente induriti dalla stanchezza da aver persino smesso di proteggersi e proteggere: diresti che le rughe sulla loro fronte li abbiano improvvisamente invecchiati e imbruttiti, sono spigoli, nient’altro, spigoli contundenti e feroci, sono pericolosi. Altri, hanno impegnato qualche moneta antica, una moneta per ogni santo invocato ad ogni urlo spezzato per ogni occhio chiuso di ciascun compagno perduto; lustrano mansueti le lame sottili e imperiose del fuoco amico come fossero preziosa argenteria, ne hanno solo pieta’, perche’ non c’e’ debolezza più atroce della propria pretesa capacita’ di vincere in qualunque modo, sopra qualsiasi vita.
Mia amata, in guerra coloro che sperano di sopravvivere non conoscono il disprezzo, ma solo l’umana speranza di ritornare un giorno a dormire dentro lenzuola pulite, con un cuscino morbido sotto la testa e una mano da tenere dentro la mano al posto di un’arma sempre vigile; pregano ogni minuto affinche’ l’incertezza e la paura non li condannino all’isolamento, ma diventino solo possibili contrari della certezza e del coraggio. Anch’io prego, perche’ la mia paura mi sembri tanto lecita quanto riuscire a superla.
Mia amata, ho raccontato loro che ti sposero’, in ogni giorno e tutti e ancora uno, e che sei nello spazio tra la mia mano e la penna, sei una parola, poi un’ altra, poi un’altra ancora. E’ un abecedario il mio amore e tu lo componi con lettere che ora hanno, unite tra loro, la potenza di un voto d’amore senza fine. Torneremo a stringerci presto.
Tuo.




robe che non censuro