ròba di dormi (s)vèglia.
Pubblicato: febbraio 21, 2012 Filed under: di annìversari e unìversi, di vuòti e tagli, ricòrrere, si chiama amòre, questo post(o) 11 Commenti »La stanza era illuminata di una luce fioca, a intermittenza, poteva essere una lucciola spaiata nel mezzo di un sentiero fitto di cipressi e abeti; così, ho chiuso in fessure strettissime i miei occhi tanto da mimetizzarmi col nero pece delle ombre, esili e lunghe, dei fantasmi che corrodono le guarnizioni attorno ai miei dotti lacrimali. Il dottore mi aveva rimproverata e si era raccomandato di mangiare il cibo, masticandolo con cura e lentezza, persino i funghi. Accanto a me, nella stanza, c’era un clown con una scarpa sola e il naso di plastica, rosso: sospirava di lamenti e di tagli. Gli ho rivolto un timido cenno del capo e poi, senza tradire imbarazzo, gli ho domandato se esiste un sorriso materno universale. Mi ha risposto che non ha mai conosciuto sua madre. Sarebbe stato difficile immaginarci più simili di così: mai più, nella vita, come in quel momento, in quella stanza, mi sarei sentita un clown. Ho provato ad abbracciarlo, si e’ ritratto pero’ ed e’ corso via verso l’uscio. O così mi pare di aver creduto quando, riaperti gli occhi, al mio fianco ho visto solo una sedia vuota, di paglia. Era piuttosto malconcia ed e’ per questo che sono rimasta in piedi anche se sentivo le gambe pesanti spingermi verso il pavimento con una forza esagitata, quasi a inchiodarmi. Poi, d’un tratto, e’ apparsa C., sembrava affaticata. Anche per lei avevo pronta una domanda, così le ho chiesto se ci fosse qualcosa a mancarle. L’odore delle rose in maggio, mi ha risposto. Neppure lei mi ha permesso di abbracciarla. Forse i morti, da morti, non possono stringere né essere stretti, legati, trattenuti in qualche modo, o in uno soltanto, su questa terra. Ho, infine, circumnavigato la tua testa, piangendo per la commozione di sfiorarne ogni millimetro. Finche’ morte non ci separi, Kavafis, cuciro’ sulla mia pelle come un vestito nuziale la tua assenza e la mia penitenza.
Del sogno, ogni mattina, non ricordo nient’altro che questi pochi frammenti confusi, ma da sveglia mai che io abbia qualcosa da domandare a qualcuno.
ròba di mùsica (atto secondo)
Pubblicato: febbraio 15, 2012 Filed under: di còsa parliamo quando parliamo di, le còse non sono le còse, ricòrrere 5 Commenti »vi metto un linquo (che poi ci è anche immèzzo ai linqui miei).
Sempre il solito discorso - che anche qui rimando a quando ne avrò voglia – che è sempre musica che potete scaricare aggratis; intanto il live che hanno fatto al Fanfulla, e ascoltare i pezzi che ha caricato Babàlot proprio lui, credo. Non lo so, io non c’ero. Ma credo di si.
A me garba/no davvero tanto e pensare che una frase di una sua/loro canzone è finita nella mia tesi di laurea vabeh discorsi.
Sul sito poi di aiuola vi potete scaricare pure i dischi di/dei Babàlot; approfitto per dire che la foto di Babàlot sul sito di aiuola è datata, ma vado a impressione.
Babàlot, per l’appunto, è singolo (non nel senso di status che in quel caso è babbo e spòso e si dice non dica parolacce), oppure plurale quando a suonare diventano i Babàlot; non sono brava a recensire la musica però se ci mettete su gùgol Babàlot (anche senza a accentata) allora forse qualcuno che è capace qualcosa l’ha scritta.
In verità scrivo questo post-it perchè sono infima e spero che Babàlot mi ci pigli nei Babàlot – e quindi divento una babalotta – come co-autrice dei testi (o co-co-co-autrice minore) e perchè il babalot di nome Frank è bellino.
Nel frattempo, mi sono comprata una chitarra acustica. Nera.
A voi, l’ascolto.
ròba di fìne
Pubblicato: febbraio 6, 2012 Filed under: di màni e màni(e) 13 Commenti »“Il padre sa qualcosa della vita. Infatti il padre nasconde la propria coscienza sporca nelle piante più stupide e le taglia. Un attimo prima la bambina ha desiderato che le piante più stupide volassero via dalla zappa e sopravvivessero all’estate. Ma non possono volare, perché solo in autunno ricevono piume bianche. Solo allora imparano a volare. [...]. Le piante più stupide erano i cardi da latte”.
H.M.
Mentre tre sillabe mi sono cadute dal petto, tu hai deciso di non alzarti più dal letto. Una donna ha indossato due rughe sul viso e una sul dorso di ciascuna mano, si è sentita improvvisamente stanca; poi, con voce rotta, rivolgendosi alla parete bianca ha detto: “non è vero che dai cardi nascono le coccinelle, o dalle coccinelle adagiate morte sulla terra, i cardi”.
Non ha detto nient’altro per il resto degli anni.
tre, due, uno: non ci sei più.
Virginiana Miller – Altrove (Salva con nome)




robe che non censuro